Alessandro Defilippi

data di nascita: 
Dom, 29/04/1956
Nato a: 
Torino
Biografia: 


Alessandro Defilippi è nato il 29 aprile 1956 a Torino, dove vive.

Scrittore e psicanalista, durante gli anni del Liceo d'Azeglio si è avvicinato per la prima volta al pensiero junghiano, che una parte importantissima ha avuto nella sua vita sia professionale sia letteraria. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia ha conseguito la specializzazione in Ostetricia e Ginecologia, lavorando per sette anni all'Ospedale Cottolengo, di Pinerolo prima e di Torino poi.  Dopo un'analisi di stampo junghiano e conseguito il diploma in psicoterapia, ha abbandonato l'ospedale per avviare la professione privata come psicoterapeuta, continuando il proprio percorso con vari analisti fra cui Augusto Romano, che considera il suo maestro. Diventato psicanalista junghiano e socio ordinario dell'ARPA (Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica) e della IAAP (International Association of Analytical Psychology), ha cominciato a esercitare la libera professione occupandosi di psicoterapia individuale e di gruppo. Ha pubblicato numerosi articoli tecnici, in particolare sui rapporti tra narrativa fantastica e pensiero junghiano.

Il suo esordio letterario è del 1994, con la pubblicazione da Sellerio di Una lunga consuetudine, «racconti del mistero o dell'ombra» come sono stati definiti dalla critica. Nel 1999 Passigli ha dato alle stampe il suo primo romanzo, Locus animae, un noir che segue le tracce (fra Roma e Torino) di un allievo di Sigmund Freud presunto scopritore della sede fisica dell'anima, mentre nel 2002 ha pubblicato il romanzo gotico Angeli, definito dalla critica un «theological thriller». Nel 2006, per i tipi di Antigone Edizioni, è uscita una seconda raccolta di racconti intitolata Cuori bui, usanze ignote, cui è seguìto, nel 2008, Le perdute tracce degli dei (Passigli), una sorta di prequel di Angeli. Con Locus animae e Le perdute tracce degli dei Defilippi è stato due volte finalista al Premio Via Po. Nel 2003 è stato coautore della sceneggiatura del film Prendimi l'anima, diretto da Roberto Faenza. 

Nel 2010 Einaudi ha pubblicato  Manca sempre una piccola cosa, un romanzo di formazione ed educazione sentimentale che supera i temi di genere con cui Defilippi si era in precedenza cimentato, ma che non per questo ha abbandonato. Infatti nel gennaio 2011 è uscito nella collana Omnibus di Mondadori con il romanzo storico Danubio Rosso. L'alba dei barbari.

Il suo ultimo libro è La paziente n°9, un thriller pubblicato nell'agosto 2012 da Mondadori, in cui Defilippi ritorna sui temi del male e della follia che hanno caratterizzato già alcune delle sue opere precedenti.

Da diversi anni Defilippi collabora regolarmente con Tuttolibri, e numerosi suoi racconti e articoli sono stati pubblicati in antologie e riviste.

 

 

 

Immagine: 
Bibliografia: 
  • Una lunga consuetudine, Sellerio, 1994
  • Locus animae, Passigli, 1999
  • Angeli, Passigli, 2002
  • Cuori bui, usanze ignote, Antigone, 2006
  • Le perdute tracce degli dei, Passigli,2008
  • Manca sempre una piccola cosa, Einaudi, 2010
  • Danubio Rosso. L'alba dei barbari, Omnibus Mondadori, 2011
  • La paziente n°9, Mondadori, 2012

 

Filmografia:

  • Collaborazione alla sceneggiatura di Prendimi l'anima di Roberto Faenza, 2003

 

 

incipit: 


La paziente n°9



PRELUDIO: PRIMA CHE TUTTO COMINCI

 

 

 

 

 

Quale mano od occhio immortale

Disegnò la tua terribile simmetria?

W. BLAKE

 

 

La barella percorre il corridoio semibuio, preceduta dal gemito delle ruote male oliate. Nell'oltrepassare un angolo, urta contro la parete, lasciandovi una striscia scura. Ancora un tratto in penombra, poi una porta viene aperta e la barella entra nella luce accecante della stanza bianca. Un uomo in camice, di spalle, controlla un'apparecchiatura: accende, spegne. Torna ad accendere e batte l'indice sul quadrante, facendo sussultare la lancetta. L'uomo spegne un'altra volta. Appoggia le mani sull'apparecchiatura, la schiena curva, il capo chino.


Altre persone - uomini, donne? - si muovono con gesti precisi. Qualcuno fa bollire una siringa e i suoi aghi, qualcun altro pulisce con l'alcol due elettrodi. Si sentono solo il tintinnio dei ferri che urtano l'uno contro l'altro e il respiro affannoso dell'uomo in camice.


Il corpo sulla barella è immobile; il volto è pallido, gli occhi chiusi. Quando viene scoperto e rimane nudo nella luce del neon, solo il lento sollevarsi del torace rivela una traccia di vita. Con gesti rapidi viene spostato sul lettino al centro della stanza e subito dopo vengono applicati gli elettrodi e serrate le cinghie di cuoio.


Fa freddo.


L'uomo in camice sposta l'apparecchiatura accanto al lettino. Collega gli elettrodi.


Accende.


La prima scarica dura circa venti secondi. Il corpo è scosso da una serie di contrazioni violente. Gli occhi si spalancano per un istante, poi le palpebre si richiudono a mezzo, lasciando intravedere solo il bianco della sclera. Quando l'uomo in camice spegne, il corpo ricade flaccido sul lettino.


Poi, un'altra scossa, di quaranta secondi. Questa volta, la schiena s'inarca e la bocca si spalanca nonostante il bavaglio di cuoio. Un urlo risuona nella stanza. Un ululato.


L'orologio sulla parete segna le tre della notte. L'ora del lupo.


L'uomo in camice spegne e stacca gli elettrodi. Si volta verso la parete, mentre gli altri spostano il corpo, nuovamente immobile, sulla barella. Torna a girarsi solo quando sente il cigolio della porta che si chiude.


Non c'è più nessuno con lui. Si avvicina al lettino: sul lenzuolo, una chiazza di sangue fresco. Una ferita alla bocca, un morso alla lingua, nonostante la benda infilata tra i denti.


Intinge un dito in quel sangue e disegna, sulla parete, un grande occhio rosso.

 

 

 

 

Incipit Danubio Rosso. L'alba dei barbari, Omnibus Mondadori 

 

 

Preludio nel futuro: La Cerca


...gli dirò che sono la vendetta

W. Shakespeare




1. Foce del Danubio, Provincia della Mesia Inferiore. Anno MCXXXI dalla fondazione di Roma, VIII giorni alle Calende di novembre; Iovis dies (25 ottobre 378 d. C.).

L'uomo dai capelli bianchi cavalca lentamente lungo il sentiero a malapena visibile nell'erba umida. É il primo giorno di freddo, qui, presso la foce del grande fiume, e l'uomo si è avvolto nel suo mantello. Nero il mantello, nero lo scudo che oscilla agganciato all'arcione. L'uomo ha spostato il balteo sulla spalla sinistra, in modo che la lunga spada gli ricada sulla schiena, con l'elsa a portata di mano. L'arco e una faretra colma di frecce oscillano, appesi all'altra spalla.

Ha il volto segnato da rughe profonde, a stento nascoste dalla barba corta e dai baffi che gli circondano le labbra. Le sue armi sono lucide per l'uso e per la manutenzione. Armi di un soldato. Ha i capelli bianchi e corti, come gli aculei di un riccio, ma dimostra un'età tra i quaranta e i cinquant'anni. Al collo porta un laccio di cuoio, da cui pendono due oggetti: un sacchetto di pelle consunta e una ciocca di capelli biondi.

L'uomo attraversa la foresta senza timore. Tra i rami degli alberi s'impigliano ciuffi di nebbia, e nell'aria si avverte un tenue odore di bruciato. Un gruppo di viandanti, qualche miglio più indietro, gli ha detto che più in là -non sa quanto- iniziano le paludi. A oriente, un villaggio, e forse una barca per attraversare il delta del fiume.

Quando li ha incontrati, lo hanno guardato con paura, cercando rifugio dietro i tronchi dei salici. Uomini e donne con gli abiti laceri, i volti smunti, il terrore negli occhi. Un carretto trainato a mano, con poche, povere cose, tra cui troneggiava una capra bianca con le mammelle gonfie e un'espressione risentita sul muso.

È smontato da cavallo e ha parlato con una vecchia che, unica, è rimasta diritta al centro del sentiero. La vecchia gli ha indicato la strada e, prima che lui si allontanasse, gli ha sfiorato la fronte con le dita. Non ha voluto parlare, nel suo dialetto stretto, appena comprensibile, di che cosa li ha spinti a fuggire.

L'odore di bruciato si fa più intenso. Gli alberi hanno rami spezzati e profondi tagli nella corteccia. Poco dopo l'incontro con i fuggiaschi, l'uomo ha visto il cadavere di un uccello notturno: il gufo era inchiodato per le ali sul tronco di una quercia. In croce. Lo fissava con gli occhi morti e indifferenti.

 

Quando raggiunge il villaggio, il sole sta calando. Da lì iniziano le paludi del delta. Grandi stagni arrossati dal tramonto e distese di canne che si perdono verso l'orizzonte. L'erba è affogata nelle marcite e il cavallo esita. La nebbia si è sollevata e la temperatura è più calda. L'uomo smonta, conducendo il cavallo alla mano.

L'odore viene dal villaggio, dove le capanne sono ridotte a scheletri fumanti. Le reti dei pescatori, stese ad asciugare su alti essiccatoi, sono state adoperate per legare gli abitanti. Conta una trentina di cadaveri: uomini, donne, vecchi, bambini.

Si china accanto al corpo di una giovane donna. Il taglio che le recide la gola è ancora fresco e i polsi portano lacerazioni ed escoriazioni. Controlla gli altri corpi. Tutti evidentemente sono stati uccisi dopo essere stati legati.

Al centro del villaggio, dove le capanne lasciano uno spazio vuoto, sorge un oggetto che finora l'uomo ha evitato di guardare. Ora si avvicina e rimane a lungo a osservarlo. Una croce, rozzamente fabbricata con due tronchi di pioppo legati con rami di rampicante. I tronchi sono semicarbonizzati ma hanno retto. Sul braccio superiore, il teschio di un asino o di un cavallo. Bianco, calcinato dalle fiamme.

Con un calcio l'uomo abbatte la croce. Si volta e si avvicina all'acqua, in cerca di qualcosa. Una barca, un tronco scavato.

Qualcosa.

 

2.

Ha remato nel buio che scende, orientandosi con Vespero, la stella della sera. Ora però la notte è fonda e deve trovare un approdo. Poco fa, al chiarore della luna piena, ha intravisto il tetto di una capanna sbucare dal folto della riva destra. Forse la casa di un pescatore, forse un deposito per le reti.

Approda in un'ansa nascosta dai canneti, a circa uno stadio dalla capanna, facendo scivolare silenziosamente la barca tra le ninfee e le pannocchie brune delle tife. Scarica la sella e la bisaccia e le nasconde, con l'arco, in un cespuglio sulla terra asciutta. Prima o poi dovrà cercarsi un altro cavallo. Ma ora deve attraversare le paludi del delta.

Si muove con cautela, anche se tutto intorno pare tranquillo. Ha sentito uno stridio di gabbiani, confuso e acuto, provenire dalla capanna, poi un ticchettio, come d'un beccare ripetuto. Il ticchettio tace, riprende, continua, più intenso. L'uomo si arresta bruscamente, estraendo la spada. La spalla, ferita mesi prima, gli duole ancora, ma ora riesce a sollevare il braccio oltre la testa. S'incammina tra i canneti, nell'acqua che gli arriva alle caviglie, attento a evitare ogni rumore.

Dall'esterno la capanna sembra deserta. Nessun suono. Nessun movimento. Ma un piccolo fuoco arde in un focolare di pietra a qualche passo dall'ingresso. Sulla porta, una forma scura, avvolta da un turbinio di penne. Uno stormo di gabbiani, che becca, litiga, stride. L'uomo si avvicina e con la spada scaccia gli uccelli. Sa già cosa vedrà.

Il pescatore è stato crocifisso con spesse corde legate ai polsi e alle caviglie e assicurate alle travi della capanna. Ha nel petto una ferita che sanguina ancora. Il corpo e il volto, dove la carne è stata strappata dal becco dei gabbiani, sono coperti di minuscole lacerazioni. L'uomo gli appoggia una mano sul collo e avverte ancora una lieve pulsazione. Con delicatezza lo slega, adagiandolo sul suo mantello. Il pescatore non ha alcuna possibilità di sopravvivere. È solo questione di tempo.

I gabbiani sono ritornati. Si sono posati a poca distanza, gialle e irrequiete le zampe nell'oscurità. Si avvicinano, si allontanano. Ogni volta si fanno più presso.

Il pescatore ha dischiuso a fatica gli occhi e bisbiglia qualcosa. L'uomo si china sulla sua bocca: è un sussurro, poco più di un respiro.

Un nome.

Gogmagog.

 

 

 

 


Incipit

Manca sempre una piccola cosa, Einaudi

 

Capitolo 0. Per cominciare

 

Ombre talora veste

 

 

   Seduto nella penombra, Giorgio fissa lo strumento che ha di fronte. È un oftalmometro, ha detto la Mamma, non devi aver paura, e questo signore non ti farà niente, è un oculista, un medico, come me e come il Babbo. Ma lui non ha paura: osserva quell'affare, che con le due luci, rossa e verde, gli sembra un piroscafo, e intanto con la bocca imita, piano piano, il suono di una sirena. Luce rossa a sinistra, luce verde a dritta, cioè a destra; glielo ha spiegato il Babbo a Genova, e quando si esce dal porto bisogna suonare la sirena. Ma che ci fa un piroscafo, e così piccolo, proprio lì, che non c'è nemmeno una vasca come ai giardini, dove lui vara  i suoi incrociatori, d'estate?

   Lo sgabello è scomodo e Giorgio si dimena, subito trattenuto dalla mano della Mamma. La stanza è buia e negli angoli potrebbero nascondersi i Thugs, gli  Strangolatori, per balzargli addosso, con il loro laccio di seta. E lui è disarmato:  la Mamma lo ha costretto a lasciare a casa persino il  pugnale di gomma che porta  anche nella cartella della scuola. Non sta bene, gli ha detto; oggi andiamo dall'oculista, e agli oculisti i pugnali non piacciono, e aveva la faccia seria, di quando le si deve ubbidire.

   Ma poi gli fanno cambiare sgabello e lo fanno sedere davanti a una lampada dal taglio di luce abbagliante, che vortica come i pianeti, quando lui, al comando della sua astronave, sta per attaccare la flotta degli invasori.

   Ecco, dice l'oculista dopo un lungo silenzio, abbiamo finito. Sporgendosi da dietro i suoi strumenti, gli solleva il mento con due dita e lo scruta. Vai a sederti di là, dice, ti spiace? No che a Giorgio non dispiace. Può sgranchirsi i muscoli intorpiditi, e in sala d'attesa nella borsa della Mamma troverà il libro che sta leggendo. L'oculista accosta la porta e la voce della Mamma va e viene, si mescola agli ululati di Zanna Bianca e ai richiami sul pack.

   Come sta Giorgio, allora? Te l'ho portato solo per un controllo, sai, nella sua classe hanno tutti gli occhiali e mi sono preoccupata. L'oculista non ha risposto subito. Si sente un mormorio appena, poi deve essersi alzato, perché la porta è stata chiusa del tutto. Giorgio scivola nella lunga traversata in slitta, lassù nello Yukon, che è proprio un bel posto, con tutta quella neve, e i lupi e i cani e le zuffe.

   Quando la Mamma esce, ha gli occhi rossi e parla con una voce strana. Poi si soffia il naso e sorride. Prima di ritornare a casa, lo porta a mangiare un gelato, proprio lì, sotto lo studio dell'oculista. Mentre Giorgio affonda il cucchiaio nella panna, la Mamma gli passa una carezza sulla fronte. Ha ancora gli occhi rossi, la Mamma.

 

 

0

Ultimi eventi

Ultime voci

Ultimi scrittori

Credits

Un progetto di Associazione Alta Fantasia, codice fiscale 97687170015, Torino

Sponsors - TITOLO