Luca Rastello

data di nascita: 
Dom, 09/07/1961
Nato a: 
Torino
Biografia: 

Luca Rastello è nato nel 1961 a Torino, dove vive. Laureato in Filosofia all'Università di Torino, è stato per diversi anni redattore della rivista L'Indice dei Libri del Mese, di cui è diventato anni dopo direttore. Nel 1993 ha fondato il Comitato accoglienza profughi ex Jugoslavia di Torino. Dal 1993 al 1997 ha lavorato con il Gruppo Abele e l'Italian Consortium of Solidarity in ex-Jugoslavia e, nel 1998, ha pubblicato con la casa editrice Einaudi La guerra in casa, un reportage-racconto-romanzo sulle contraddizioni della cooperazione internazionale nelle guerre jugoslave degli anni Novanta (definito da Roberto Saviano «il più bel libro sulla bestialità umana»). Ha diretto la rivista Narcomafie e L'Indice, e ha lavorato come inviato per il settimanale Diario. Anche se il cuore della sua crescita civile e professionale è la Bosnia Erzegovina, che Rastello ha percorso come giornalista free-lance e come volontario, ha lavorato nei Balcani, nel Caucaso, in Asia centrale, Africa e Sudamerica. Nel 2010 pubblica presso l'editore Laterza La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani, sul tema dei diritti calpestati dei rifugiati. Seguito, tra gli altri, da Binario morto. Lisbona-Kiev. Alla scoperta del Corridoio 5 e dell'alta velocità che non c'è (Chiarelettere).

 

Attualmente è giornalista del quotidiano la Repubblica e direttore responsabile dell'Osservatorio Balcani.

 

Immagine: 
Bibliografia: 


  • La guerra in casa, Einaudi, 1998


  • Piove all'insù, Bollati Boringhieri, 2006

  • Io sono il mercato. Come trasportare cocaina a tonnellate e vivere felici. Teoria, metodi e stile di vita del perfetto narcotrafficante,  Chiarelettere,  2009
  • Undici buone ragioni per una pausa,  Bollati Boringhieri, 2009
  • La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani, Laterza, 2010

  • Dizionario per un lavoro da matti, con Michele D'Ignazio e altri, L'Ancora del Mediterraneo, 2010


  • Democrazia. Cosa può fare uno scrittore?, con Antonio Pascale, Codice, 2011


  • Binario morto. Lisbona-Kiev. Alla scoperta del Corridoio 5 e dell'alta velocità che non c'è, Chiarelettere, 2013



 

 

incipit: 


La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani, Laterza, 2010



1

Tre gradi di segregazione

 

 

Tra noi c'è un mondo di condannati a morte da noi.

Talvolta, anche per giusta insofferenza, tenta di ribellarsi:

col mitra e la galera si risponde. Si smetta di star

dalla parte dei più forti, di lasciare a loro la possibilità

di soffocare gli altri, proprio per sistema, alla luce del sole.

Non credo che tutti siamo tanto crudeli da voler

continuare ad ammazzare, e a lasciar ammazzare, così.

Non ci credo. Si sappia, anche, e la vita non può

Non scorrere.

 

Danilo Dolci

 

 

Non proprio qui

 

Un pensiero-zecca, da rimuovere con cura. Uno di quei pensieri molesti che ti si fermano in testa durante i momenti di insofferenza per il mondo. Probabile figlio dell'insoddisfazione, un tentativo frustrato di dare spiegazioni accettabili a una realtà altrimenti sfuggente. Ecco: già questo modo di definirlo è un tentativo per liberarmene, forse neanche del tutto onesto.

         Questo è il pensiero: quello di una vita fondata sulla rimozione, di una civiltà fondata sulla rimozione, e soprattutto sulla rimozione dei massacri. Nel diluvio di informazioni quotidiane non posso evitare di incrociare prima o poi le tracce lasciate da un massacro: da telespettatore, da cittadino responsabile, da viaggiatore, o da studioso. C'è tanta abbondanza di carneficine che è difficile non saperne nulla. Mangio davanti al telegiornale, giro le pagine dei quotidiani per vedere lo sport o seguire le morbonotizie su qualche scandalo di politici e puttane, saltello in internet in cerca di libri in vendita on line, schivando continuamente la traccia di un numero incalcolabile di ecatombi. Eccolo il pensiero molesto: che io uso ogni giorno una gran parte delle mie energie mentali (forse la maggior parte delle mie energie mentali, forse la maggior parte delle mie energie, forse è questo il mio solo vero lavoro) per rendermi tollerabile la convivenza con questo flusso continuo di stragi. E magari è proprio questo lavoro della mente il fondamento del mio modo di stare al mondo. Questo sguardo che non guarda. Ho allontanato spesso questo tarlo, con cura e argomenti ragionevoli, facendo uso di espressioni dotte e credibili come «eterogenesi dei fini», «contingenza storica», cose così. Mantra, temo.


 




Undici buone ragioni per una pausa,  Bollati Boringhieri, 2009


Penultime. Agg, f. pl.  Sono le cose di cui si può scrivere e di cui verosimilmente vale la pena scrivere. Forse le sole a soddisfare entrambe le condizioni. Non le ultime, perché non sono esperibili o, almeno lo sono quando è difficile ormai tenere una penna in mano o maneggiare una tastiera. Non le prime, perché avvolte in un passato immemore, anteriore al risveglio della consapevolezza. C'è un tratto quasi terminale della corsa - quando l'inizio è dimenticato e la fine è certa e verosimilmente prossima, ma non ancora arrivata - che viene rischiarato da una sorprendente lucidità, come da una luce più forte. Franco Ferrucci lo esemplifica nel rapporto fra l'Iliade - che racconta soltanto il decimo di una guerra di dieci anni, e neppure l'esito - e la guerra di Troia. L'impresa titanica di dire la fine, o l'inizio, ciò che precede il risveglio della coscienza, non è neppure tentata da Omero, che pure dispone di tutte le armi del narratore: il mito, il fantastico, dèi, eroi, mura e cavalli. Uscire da questi confini è prerogativa del titano, o più facilmente del ciarlatano, non dello scrivano. A cui non restano dunque, nel migliore e più alto dei casi, che le cose penultime. Fra queste spicca senz'altro l'Aloe Vera. (Sost. f.) Piantina simile all'agave a cui in tempi recenti è diventato difficile sfuggire. Svolge la funzione che fu del Fungo Cinese, del Pompelmo di Jaffa, dei Fiori di Bach e dell'Eliotropia. In caso di decremento della salute, viene proposta con veemenza da amici benintenzionati. Credenti, illuministi, scettici o trasandati mentali, non fa differenza: l'A.V. è universale, presente, eternamente disponibile, come il mito (Sost. m., cfr). Essi stessi ne assumono quantità adatte ai loro bisogni, altrettanto fa - in persona - il loro omeopata, e comunque tutti hanno un cognato iniziato ai misteri dell'A.V. miracolosamente guarito da malattie formidabili. Nella mia città è venduta da un vivaio di Pecetto che la importa dal Brasile, per 350 euro a piantina o, sapendolo, da un vivaio di Nichelino, che rifornisce quello di Pecetto per 15 euro a piantina. È provato che l'A.V. svolge una notevole funzione lassativa. Non altro. Ma sottrarsi a essa è considerato sospetto indizio di scarsa volontà di Autoguarigione (Sost. f., cfr.), altra notevole penultima. Fra le penultime di rilievo mi verrebbero da citare la cellulite, l'ascendente astrologico, i flussi e i treni ultraveloci, le politiche per la famiglia e, ovviamente, il testamento biologico e i suoi fans. Ma forse peccherei di cinismo. Non so in che posizione collocare i sogni, idealmente meritano senz'altro un posto fra le cose penultime, ma chissà che non li si trovi anche più avanti (È un dubbio, come è noto, che è stato espresso nei secoli ad altezze vertiginose). C'è una qualità particolare di sogni che ha comunque notevole attinenza al tema: sogni mattutini, adatti ai giorni in cui si può dormire fino a tardi e si è ben decisi a farlo, anche se la luce è già dappertutto e la guancia sul cuscino è così indolenzita da costringere a girarsi, rigirarsi, e intanto pensare e pensare, e non riuscire a riprendere sonno, fino ad accorgersi - per l'assurdità stessa delle connessioni - che i pensieri non erano pensieri, ma sogni, appunto, aggrappati al penultimo lembo della notte, i sogni ostinati che si fanno con il sole negli occhi, rimandando la giornata festiva che attende inesorabile. Vorrei provare a dimostrare - in undici passi dedicati a faccende arcipenultime come dolore, rettitudine, attesa, ritorni, partenze, ricordi, generazioni, comunismo, babbo natale e calura - che la tentazione della disperazione può essere interamente risolta nel penultimo tratto, riservando a faccende più serie l'ultimo. Nonostante la rilevanza del tema, in queste pagine non si parlerà più di Aloe Vera, e neppure della sua variante nobile Aloe Arborescens. Non si parlerà neppure molto della mela calvilla bianca d'inverno, che pure ispira ogni passo della dimostrazione, un frutto dalle forme convesse di nuvola, che cade dall'albero tagliando l'aria in una curva precisa, favorita dai suoi profili, e batte il terreno con uno schiocco che ispira allegria. È un frutto tardivo di sapore dolce, che può riempire una vita o un istante e sospende la corsa inarrestabile della stagione in direzione del gelo. Fu caro alla principessa Sheherazade, maestra di interruzione, enigma indiano dagli occhi tigre, migrata a occidente per insegnare l'arte di sospendere le storie, fermare il tempo, disperdersi a piacere lungo una traiettoria altrimenti scontata. Non è facile ormai trovare esemplari della mela calvilla, se non nelle tavole a colori e nei modelli che ci consegna la scienza antica della pomologia plastica applicata.

 

 

I

 

 

Storie di soldati

 

Una lama fredda nella telefonata, i sentieri misteriosi della tua irritazione. Lascio entrare i fantasmi (possono attraversarmi, non possono fermarsi dentro di me). Ascolto la voce del Maresciallo, seduto nella prima fila in cappella: "Avevamo fatto le cose per bene". Parla del suo matrimonio, racconta degli invitati che cercavano lo stereo per tutta la chiesa, e invece a cantare era una ragazza vera, ben nascosta dietro una nicchia.

Fuori corrono a pettine viali e filari di tronchi intrecciati, rami che all'improvviso smettono tutti insieme di attorcigliarsi e si lanciano paralleli verso l'alto, come nelle fiabe degli alberi mangiabambini. Dentro, linee curve, ombre di corridoi, porte aperte sul vivo di una svolta, piastrelle. L'odore di cantina delle vecchie case. Il maresciallo si irrigidisce di scatto, nel parco, verso un abbaiare lontano: "Piantala! Piantala che vengo lì!". Corre verso una gabbia, quasi violento nella sua parodia di autorità, ha i piedi in mezzo alle foglie gialle. "Sono i miei due cani", spiega. In fondo ai viali si vedono villini dalle finestre chiuse, l'aria è calda, tutto è come un urlo immerso nel silenzio.

Sulla porta d'ingresso sta scritto "Onore e riposo". All'arrivo ci ha accolti il presidente della Fondazione, un generale: "Andate dove cacchio vi pare". Cortesia militare. Ho detto che volevo dare un'occhiata, che mio padre è un veterano. Non è vero, sono soltanto curioso, forse da questo posto viene fuori una di quelle storie che vanno bene a riempire una pagina in cultura o in società, verso il fondo del giornale, di venerdì quando le notizie scarseggiano. Il Maresciallo è quello che ci accompagnerà, ha i baffi, un orecchio che sporge a sinistra, quasi indecente, i capelli dritti, arrampicati sulla nuca, e in qualche angolo della grande casa avrà anche un nome. Maresciallo, per noi: solo così, per ora. "I vecchi si estinguono, sono solo ventotto ormai. Solo qualche anno fa erano centoventi. È la natura". Il generale, il Maresciallo, la donna del bar, due cuoche, la signora all'ingresso. Poi la famiglia del Maresciallo: una moglie del Salvador, una figlia di tre anni. Dieci soldati di leva e diciotto obiettori. Uomini abituati da un pezzo ad abitare la morte, a sfiorarla nei gesti di tutti i giorni, mentre il tempo simula la sua paralisi nelle luci smorzate, nei rumori attutiti, nei passi sulle scale. Un'ala del palazzo è stata affittata a una "Casa protetta" gestita dal Comune. Accoglie trentacinque malati terminali, altre agonie che vanno per l'aria: "Però ci pagano l'affitto".

 

 

 

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